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luoghi da visitare

La Calabria è terra di tradizioni culturali antichissime: fatta di monumenti ed opere d’arte preziose e luoghi inesplorati che meritano di essere visitati. Queste sono alcune delle “tipicità” che affondano le radici nel passato diventate ormai realtà economico-culturali proiettate al futuro, con un’attenzione particolare verso il territorio e la natura che le circonda.  

Badolato borgo

Badolato è un antico centro medievale posto tra due valloni che degradano verso il litorale ionico. Situato a 240 metri s.l.m. a poco più di 5 km dalla frazione Marina, il millenario borgo di Badolato conserva ancora intatta la struttura urbanistica medievale costituita da suggestivi vicoli stretti e tortuosi che si intersecano fra le case l’una a ridosso dell’altra. Fondato originariamente come una roccaforte nel 1080 d.C. dal primo Duca di Calabria Roberto il Guiscardo ha assunto, in passato, di volta in volta, i nomi di Badulato, Vadolato, Badoaro. Compreso nella Contea di Catanzaro agli inizi della dominazione Normanna, fu in seguito baronia, ed ai tempi degli Angioini appartenne ad un Filippo di Badolato.
Da visitare:
• Chiesa di San Domenico (a.D. 1566)
• Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria (a.D. 1198)
• Chiesa dell’Immacolata con belvedere sul mare (a.D.1686)
• Torre Campanaria (del 1539)
• Resti dell’antica porta medievale (zona bastione)
• Antiche botteghe degli artigiani locali
• Via Portella (porterha – zona Mancuso) – la viuzza più stretta del borgo

Soverato borgo

L’odierna Soverato superiore è il villaggio costruito agli inizi del 1800, sopra un’altra collina poco lontana da quella su cui sorgeva Soverato vecchia, e sulla quale i soveratesi decisero di trasferirsi dopo la devastazione subita dal terremoto del 1783. Verso la fine del 1800, e gli inizi del 1900, poi, parte della popolazione, i cui abitanti venivano chiamati fuochi ( ogni fuoco corrispondenza ad un nucleo di cinque abitanti), incominciò a trasferirsi in marina. La fretta di ricostruire li indusse ad un’urbanistica poco curata, che risultò tuttavia pittoresca. I caratteristici “chiani” e le “rughe” erano luoghi di socialità e oggi vi si tengono concerti, sagre ed incontri culturali. Dista meno di due km dalla zona marina. Particolarmente interessanti le manifestazioni di carattere religioso come “A Cumprunta” e manifestazioni culinarie come le “Sagre di mezz’estate”.

Capocolonna

Il Parco Archeologico si estende lungo 30 ettari di terreno adibito a scavi ed altri 20 di bosco e macchia mediterranea. Tra le aree sacre più note dell’intero bacino del Mediterraneo, il celebre Heraion Lakinion ruotava attorno al maestoso santuario dedicato alla dea Hera Lacinia. L’ingresso del Parco è costituito dal Museo Archeologico, struttura a tre padiglioni incassati nel terreno per ridurre l’impatto ambientale, che raccoglie i reperti rinvenuti nell’area di scavo antistante. Un lungo viale alberato conduce alle prime evidenze del Parco Archeologico. Terminato il viale, appare la cinta muraria del VI secolo a.C. rinforzata più tardi dai romani e di cui è ben visibile l’opus reticolatum. Varcando l’ingresso della Via Sacra, si entra nell’area del Santuario di Hera Lacinia, ben protetta dall’ampia cortina muraria rinforzata a nord e a sud da due torri esterne. La zona sacra si articola in due aree orientate ad est, ed attraversate dalla solenne Via Sacra. Di fronte l’ingresso della Via Sacra, sul lato est del promontorio di Capo Colonna è situato il tempio di Hera Lacinia, fiore all’occhiello dell’intero Parco Archeologico.

I portali di Davoli

Portali e palazzi di Davoli rappresentano quanto di meglio e di artistico il paese sia riuscito a conservare fino ad oggi. I portali del centro storico possiamo datarli intorno al XVII-XIX secolo: le fonti purtroppo non mi hanno aiutato a conoscere un portale o un palazzo antecedente a questa data (escludendo i portali delle chiese).
I portali furono costruiti nei tre principali quartieri di Davoli: Santa Caterina, Santa Barbara e San Pietro. Passeggiando per il centro storico e osservando i portali si è potuto notare la ricchezza architettonica di una classe sociale elevata. Nei portali di Davoli il semicerchio dell’arco a tutto sesto è sempre interrotto dalla chiave di volta. La chiave di volta è l’elemento centrale dell’arco, posta così in alto e nel mezzo del portale che si presta a rivestire il ruolo di superficie adatta nella scrittura di date ma anche di decorazioni e stemmi. In alcuni portali le chiavi di volta sono decorate con maschere apotropaiche (detti comunemente a Davoli “babbe e portune”).

Il Parco Scolacium

Il Parco archeologico di Scolacium costituisce un importante polo attrattivo-culturale, per le sue valenze naturalistiche e paesaggistiche e le notevolissime presenze archeologiche ed architettoniche: la greca Skylletion (VII-III secolo a.C.), la romana e proto-bizantina Scolacium/Scylaceum (II secolo a.C.- metà del VII secolo d.C.), la chiesa abbaziale normanna di Santa Maria della Roccella (metà del XII secolo d.C.), da cui deriva il nome di Roccelletta. Di proprietà statale (demanio archeologico), esteso 35 ettari, in gran parte occupati da un uliveto plurisecolare, occupa una porzione rilevante di un fondo più ampio che in origine apparteneva alla Mensa vescovile di Squillace. Acquisito in seguito dallo stato sabaudo passò per vendite, prima alla famiglia Massara e poi alla famiglia Mazza, alla quale è stato espropriato definitivamente nel 1982. Il Parco è un luogo privilegiato per la ricerca archeologica protostorica, greco-romana e medievale (tra Bizantini, Normanni ed Angioini) e per sperimentazioni ed applicazioni in settori multidisciplinari quali il rilievo, il restauro, l’archeologia industriale e la salvaguardia ambientale. 

La Certosa di Serra San Bruno

Tra i secolari alberi di faggio e abete bianco sorge la Certosa dei Santi Bruno e Stefano. L’Abbazia, che vanta una storia millenaria, è stato il primo convento certosino in Italia.
Fu fondata da Bruno di Colonia nel lontano 1090. Il Santo cercava un luogo silenzioso, immerso nella natura incontaminata per ritirarsi a vita monastica e dedicarsi alla contemplazione; lo trovò in Calabria nei rilievi coperti di boschi che li furono donati dal conte Ruggero d’Altavilla. “Il clima mite…l’aspetto delle colline che dolcemente si vanno innalzando da tutte le parti…la ricchezza di fiumi e ruscelli” sono le parole con cui lo stesso Bruno descrive il paesaggio dove trascorse gli ultimi dieci anni della sua esistenza. Qui fondò l’eremo di Santa Maria del Bosco e poco più a valle il monastero di Santo Stefano. Ancora oggi, chi viene a Serre, si ritrova immerso in un’aurea di insolita pace e misticismo.

Parco della biodiversità

Il Parco della Biodiversità Mediterranea è un’area verde che si estende per 60 ettari nel cuore della città di Catanzaro. Il Parco, inaugurato nel 2004, nasce dalla riqualificazione ambientale della vecchia azienda della locale Scuola Agraria, da decenni in preda al degrado e alla incuria. A partire dal 2002, l’Amministrazione Provinciale di Catanzaro ha realizzato un massiccio intervento di rimodellamento del paesaggio nello spirito di un’ingegneria naturalistica orientata al rispetto e alla valorizzazione della biodiversità. Oggi il Parco è un ecosistema in cui convivono grandi varietà floristiche e faunistiche ed è soprattutto un sistema multitematico in cui la dimensione naturalistica si intreccia a quella culturale, sportiva e ludica. Al suo interno il Parco ospita le sedi del CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici), del MUSMI (Museo Storico Militare “Brigata Catanzaro”) e del Corpo di Polizia Provinciale.

I bronzi di Riace

Le due sculture furono ritrovate nel mare Ionio, a 300 metri dalle coste di Riace in provincia di Reggio Calabria, nel 1972. L’eccezionalità del ritrovamento fu subito chiara, date le poche statue originali che ci sono giunte dalla Grecia. Furono trasportate a Firenze dove fu curato il restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure, uno dei più specializzati laboratori di restauro del mondo. Nel 1980 furono esposte in una mostra, che ebbe un successo eccezionale, e quindi trasportate nel museo archeologico di Reggio Calabria dove sono tuttora esposte. L’analisi stilistica e quella scientifica sui materiali e le tecniche di fusione, hanno entrambe determinato la differenza sostanziale tra le due statue: sono da attribuirsi a due differenti artisti e a due epoche distinte. 

I quadri di Mimmo Rotella

Mimmo rotella nasce a Catanzaro il 7 ottobre 1918, dove vive e studia fino all’età di 13 anni, quindi si trasferisce a Napoli nel 1933, qui decide di intraprendere gli studi artistici che completerà nel 1944, dopo un breve periodo vissuto a Roma. La Capitale verrà ritrovata da Rotella nel 1945 e sarà il luogo dove avrà ufficialmente inizio la sua carriera nel mondo dell’arte pop-contemporanea del ‘900. Rotella inizia a dipingere quadri neo-geometrici che espone nel 1947 alla “Mostra Sindacale delle Arti Figurative” e annualmente al Club Art della Capitale, nel 1949 si dedica alla Poesia Fonetica ribattezzata dallo stesso artista “Epistatica”. Ma l’artista vuole iniziare ad allargare i suoi orizzonti, quindi nel 1951 dopo aver riempito le gallerie Capitoline, esporta la sua arte in Francia, al Salon de Réalités Nouvelles dove incanta gli appassionati d’arte d’oltralpe e di tutto il mondo.

La Pietà del Gagini

All’altissimo esempio della Pietà di Michelangelo in S.Pietro, si ispira la Pietà del Gagini. L’ opera realizzata nel 1521 per il monastero di Petrizzi, raffigurante la Vergine Maria che porta in grembo Cristo deposto dalla croce, è attualmente collocata e visitabile presso la chiesa Addolorata di Soverato Superiore. La brillante arte del Gagini, esasperata nella ricerca di particolari, è impressa in ogni tocco di scalpello, che egli usa per plasmare e modellare un marmo bianco che sembra prender vita.

Le tele di Mattia Preti

Mattia Preti, detto il Cavalier Calabrese, da considerarsi il più grande pittore della Calabria, nasce a Taverna (Catanzaro) il 14 Febbraio 1613. Affidato alle cure del dotto sacerdote Marcello Anania, per la sua educazione, a diciassette anni si trasferisce a Roma, dove il fratello Gregorio aveva una bottega d’arte, qui si perfeziona nell’arte pittorica. E’ nell’ambiente romano che Mattia Preti conosce la produzione di Caravaggio e dei caravaggisti, che lo spingono a prepararsi per comporre opere altrettanto sorprendenti. Il pittore si fermò a Roma per trent’anni, viaggiando nel frattempo per l’ Italia e all’estero; quasi sicuramente si recò nell’Italia settentrionale dove poté vedere la pittura dei Carracci, di Lanfranco, del Guercino e la pittura del Veronese. Alla fase romana della sua attività appartengono gli affreschi in S. Giovanni Calibita e nell’abside di S. Andrea della Valle dove eseguì gli affreschi con Storie di S. Andrea; nel 1652 eseguì l’affresco in San Carlo ai Catinari a Roma, rappresentante “L’elemosina di San Carlo”. La notorietà del pittore nasce da questi lavori, che gli fruttano molte commissioni di dipinti e la protezione di potenti mecenati, tant’è che nel 1642 fu nominato Cavaliere di Malta. Dal 1653 il pittore soggiorna a Napoli, ove esegue una serie di affreschi e numerose pale d’altare, divenendo personalità di spicco nella città.